Cargo Cult: quando la scienza latita, ecco il soprannaturale.


Il culto religioso dei Melanesiani, nel sud-ovest del Pacifico, battezzato da noi occidentali Cargo Cult è un fenomeno noto già nel XIX secolo che,  in piena seconda guerra mondiale, si è rivelato in tutta la sua drammatica semplicita,  illuminante nel suo insieme.

Per tutta la durata della seconda guerra mondiale, gli americani hanno ampiamente utilizzato le migliaia di isolotti sparsi nel pacifico come base logistica per il trasporto aereo tra America e Giappone. Immaginate ora le civiltà indigene, isolate per millenni dal resto del mondo, che si son viste improvvisamente paracadutare dal cielo beni e merci di ogni genere, atterrare giganteschi bestioni di ferro, rumorosissimi, uscire da questi uomini vesiti di verde con simboli incomprensibili. Uomini che, in pochi giorni, hanno saputo costruire dal nulla edifici, strutture, piste d’atterraggio e che portavano con se oggetti di ogni tipo: cibo, vestiti, materiali sconosciuti.

In modo del tutto indipendente, in Nuova Guinea, Melanesia, Micronesia, durante ma soprattutto alla fine del conflitto, le popolazioni indigene hanno sviluppato culti analoghi nel vano tentativo di far ritornare la “manna dal cielo”, cioè la sterminata quantità di beni e mezzi portata dagli “esseri volanti”. Il culto consiste nell’emulare con la massima fedeltà possibile non solo gli oggetti volanti ma anche tutte le strutture a supporto. E così gli indigeni si adoperarono per costruire modellini in scala, fatti di bambù, paglia, legno, di aereoplani, jeep, piste di atterraggio, il tutto riprodotto con la massima attenzione al dettaglio possibile, incluse cuffie con padiglioni auricolari in noce di cocco da indossare all’interno di torri di controllo, sempre realizzate in legno e materiali naturali.

Comprensibilmente, per aumentare l’efficacia del rito propiziatorio, alla meticolosa ricostruzione degli oggetti portati dai misteriosi abitanti del cielo, si aggiunge anche un rituale che prevede l’emulazione delle gestualità del personale militare. Dopo la chiusura delle basi militari, nel tentativo di ottenere nuovamente le misteriose merci piovute dal cielo, il rituale emulativo prevede quindi che gli indigeni si vestano di uniformi riprodotte il più fedelmente possibile, marcino con lunghi bastoni al posto dei fucili  e si ornino con i simboli “indossati” dal personale militare, con tanto di scritta U.S.A. dipinta sul corpo.

Il Cargo Cult è stato ampiamente riconosciuto e studiato dagli antropologi, secondo cui la giustificazione al culto stesso è data dalla qualità delle merci ottenibile mediante questa particolare forma di preghiera intercessiva. Gli abitanti locali, infatti, con la tecnlogia a loro disposizione non sarebbero stati in grado di riprodurre oggetti di qualità pari a quelli portati dai militari. Di qui, la convinzione che questi oggetti siano stati direttamente costruiti dagli spiriti.

E’ interessante notare che, a distanza di 60 anni dalla fine del conflitto, i Culti del Cargo sono completamente scomparsi. Non è chiaro se la causa della scomparsa sia dovuta alla dimostrata inefficacia dei rituali oppure alla semplice contaminazione culturale delle popolazioni indigene, ad opera del mondo occidentale. Oggi, nella cultura occidentale, il termine Curgo Cult è ancora usato per identificare la pratica di emulazione di oggetti o beni in generale limitata al solo aspetto esteriore, senza effettivamente comprendere la natura dell’oggetto o bene stesso, cioè il suo intimo funzionamento.

Vale la pena di riflettere sui Cargo Cult: le popolazioni indigene hanno messo in pratica un processo di emulazione puro e semplice, nella speranza di risolvere un problema contingente rinunciando completamente – anche perché impossibilitati per motivi prettamente culturali- alla comprensione reale della nuova esperienza che stavano vivendo. Si tratta, in sostanza, di culti nati per mancanza di capacità di comprensione di fenomeni ritenuti misteriosi e insondabili. Va da sé che per una popolazione isolata per millenni è impossibile comprendere la fisica dietro alla tecnologia del volo e, quindi, l’intervento divino diventa l’unica opzione possibile.

Un fenomeno relativamente poco noto in Italia (tanto per cambiare, e non possiamo non chiederci come mai) e antropologicamente estremamente interessante. Negli USA, nella programmazione dei computer, ci si referisce al Cargo Cult programming come pratica di inserire pezzi di codice ereditati da vecchie versioni, la cui utilità non è neanche nota e che si adottano come atto di fede per risolvere anomalie software troppo complesse da analizzare.

Una massima di Arthur C. Clarke recita “ogni tecnologia sufficientemente evoluta è indistinguibile dalla magia“: i Cargo Cult rappresentano quindi un esempio lampante della necessità dell’uomo di rivolgersi al soprannaturale quando le proprie facoltà di comprensione di un fenomeno non sono sufficienti.

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