Quando la monnezza è… spaziale


Su giornali e blog di tutto il mondo è rimbalzata la notizia del detrito spaziale di dimensioni importanti, passato a poche centinaia di metri dalla Stazione Spaziale Internazionale. L’evento è stato tanto drammatico che l’equipaggio si è dovuto rifugiare nella navicella di rientro a terra, la capsula russa Soyuz.

L’oggetto in rotta di collisione, un pezzetto di 12 cm di modulo propulsore di un satellite artificiale abbandonato nel cosmo dopo l’esaurimento del carburante, è solamente un esemplare dei tanti ormai in orbita attorno al nostro pianeta. Il problema dei detriti spaziali è estremamente importante, non solo per la sicurezza degli equipaggi, ma anche per l’inquinamento spaziale che ne deriva.

E’ una questione non da poco che costringe ingegneri ed equipaggi delle missioni spaziali a predisporre dei veri e propri piani di individuazione, classificazione e gestione del rischio di collisione. Basti pensare che un oggettino metallico di 12 cm è in grado di produrre danni enormi, perché le orbite, in caso di incidenza perpendicolare, possono arrivare a determinare un impatto fino ad oltre 7 miglia al secondo. Nel caso specifico il detrito avrebbe potuto impattare a 5,5 miglia al secondo, ovvero 32 mila km/ora. Per avere una idea della pericolosità di un evento del genere, un missile aria-aria, utilizzato comunemente nell’aviazione militare, viaggia a due volte e mezzo la velocità del suono, cioè ad “appena” tremila km/ora.

Insomma, un rischio non da poco che ha costretto l’equipaggio ad impostare il “pilota automatico” della Stazione Spaziale e a rifugiarsi nella cellula Soyuz, pronti a scappar via verso terra. Fortunatamente non si è verificata alcuna collisione ed il detrito è sfilato via continuando la sua corsa orbitale. Di norma i detriti vengono intercettati per tempo e gli astronauti variano opportunamente i parametri orbitali della stazione che li ospita in modo da schivare il pericolo imminente. Negli ultimi otto anni queste manovre evasive sono state applicate ben otto volte, una media considerevole che fornisce il polso dell’entità del fenomeno della “monnezza spaziale”.

Tali e tanti sono i pezzi abbandonati in orbita intorno al nostro pianeta che questi hanno formato due veri e propri campi di detriti spaziali, una nuvola di oggetti in bassa orbita ed un anello in orbita esterna alla geostazionaria, esattamente come avviene per Saturno. Nel mare di oggetti attorno al nostro pianeta c’è veramente di tutto: razzi esauriti, pezzi di stadi di missili, minuterie metalliche dovute alla frammentazione di pezzi di veicoli spaziali, liquido refrigerante e vernice. Si stima, ad oggi, che il numero di questi detriti si aggiri attorno alla ragguardevole cifra di decine di milioni. L’urto di uno di questi pezzi, se sufficientemente piccolo, provoca di norma l’istantanea polverizzazione dello stessso detrito e un foro normalmente riparabile con un sottile strato metallico da applicare alla superficie esterna dell’astronave.

Non tutti le componenti sono riparabili, come avviene ad esempio per le antenne ed i pannelli solari e, quindi, l’unica alternativa possibile è di evitare la collisione. Va da sé che per evitare una collisione è necessario intercettare gli oggetti potenzialmente pericolosi: anche su questo fronte le astronavi non sono poi così protette, essendo dotate di strumenti in grado di intercettare detriti di diametro variabile tra i 5 e i 50 centrimetri, a seconda del livello orbitale in cui sono collocati.

Fortunatamente, gli oggetti in orbita non sono dotati di propulsione e possono ridursi cadendo naturalmente nell’atmosfera. C’è un problema: se la densità dei detriti spaziali supera una certa soglia, allora la mutua collisione tende a generare nuovi detriti e così via in un effetto domino che va sotto il nome di Sindrome di Kessler, destinato ad incrementare i detriti indefinitamente, peggiorando quindi sempre di più lo stato delle cose.

Gli scenziati stanno dibattendo con una certa animosità sul fatto che questa densità critica o “punto di non ritorno” sia stata già raggiunta in determinati strati orbitali. E, quanto accaduto sulla ISS in questi giorni,  non lascia molte speranze in merito.

Immagini: Wikipedia
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