IVA al 21%: occhio agli aumenti ingiustificati


Dal 16 settembre è entrata ufficialmente in vigore la legge per il computo dell’IVA al 21%. Da più parti, e non del tutto a torto, si sollevano preoccupazioni sulla correttezza di applicazione del nuovo parametro.

L’IVA, o imposta sul valore aggiunto si applica su un gran numero di beni di consumo e sui servizi acquistati dal consumatore. I beni e servizi, a seconda della loro tipologia, vengono tassati con una aliquota di IVA che varia tra il 4 e il 21%. Gli aumenti in vigore, in particolare, vanno ad incidere solamente per quella porzione di beni e servizi assoggettati ad un IVA del 20%.

Pane, latte e giornali sono tassati ad esempio al 4%, mentre il caffé al bar al 10%. Per questi beni non è previsto alcun aumento. I beni acquistabili in negozi e supermercati, come ad esempio il caffé confezionato, passano dal 20 al 21%. Occhio quindi agli aumenti perché:

  • devono essere applicati sulle categorie merceologiche corrette
  • anche per le categorie merceologiche giuste, devone essere applicati solamente per le transazioni commerciali fatturate dal 16 settembre in poi.
  • per le categorie al 21%, e dal 16 settembre, l’aumento deve essere pari alla centoventesima parte del prezzo iniziale.

Facciamo due conti, supponiamo di acquistare un bene del valore, IVA esclusa, pari a v. Il prezzo con IVA al 20% è pari a

v x 1.2

il prezzo con l’IVA al 21% è pari a:

v x 1.21

il rapporto tra i due prezzi è:

aumento = (v x 1.21) / (v x 1.2)

il valore v al numeratore e denominatore si semplifica, per cui gli aumenti sono tutti pari a:

aumento = 1.21 / 1.2 = 1.0083333

ovvero 8,3 (periodico) per mille, una parte su centoventi.

Così, ad esempio, una fotocamera digitale a listino a 240 euro prima dell’aumento dell’IVA dovrebbe essere venduta a 242 euro. Esattamente un euro in più ogni 120. La benzina, supponiamo costi 1,5 euro al litro, con l’aumento dovrebbe arrivare a 1,5 x 1.21 / 1.2 = 1,5215 euro, un aumento netto di 21 millesimi, poco più di due centesimi.

Attenzione quindi agli aumenti ingiustificati, soprattutto da parte di chi adduce scuse sull’incidenza dell’aumento del’IVA sul costo di produzione. Supponiamo infatti che l’aumento dell’IVA si ribalti per intero sul costo di produzione, e che incida due volte sul costo al cliente finale,  il primo sui costi di approvvigionamento della materia prima e il secondo sul valore finale del bene, l’aumento totale andrebbe computato come:

costo di produzione = costo di approvvigionamento x 1,21  + valore aggiunto

costo di vendita = costo di produzione x 1.21 

E’ importante ricordare che il commerciante versa l’IVA sul costo di approvvigionamento ma la stessa IVA viene interamente ribaltata al cliente finale, che paga l’IVA sul costo di approvvigionamento più il valore aggiunto. Ad esempio, per produrre una pizza il commerciante acquista merci per un valore di 3 euro, su cui paga un’IVA del 21%, 0,63 euro. Il commerciante aggiunge un compenso di 2 euro per il valore aggiunto e vende il tutto al cliente finale a 5,63 euro + IVA (1,18 euro) = 6,81 euro.

Il commerciante, però, versa un’IVA allo stato pari alla sola differenza tra quanto già versato, 0,63 e l’IVA pagata dal cliente cioè 0,55 euro. In pratica, l’IVA va interamente a carico del cliente finale in ogni caso (e come non avere dubbi …). Ripetendo gli stessi conteggi con l’IVA al 20%, si ottiene un prezzo finale di 6,72 euro, con un aumento tutto sommato modesto di meno di 10 centesimi.

Occhio, quindi, agli aumenti ingiustificati, tipo di uno o due euro su una pizza o di dieci o più euro su un bene di consumo elettronico. Rifiutatevi, semplicemente, di acquistare.

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2 risposte a IVA al 21%: occhio agli aumenti ingiustificati

  1. rebirth010 ha detto:

    Molto utile. A volte siamo superficiali, in queste cose. Lasciamo che altri se ne approfittino furbescamente. La consapevolezza, invece, aiuta a rispettare e farsi rispettare. Grazie!

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